Trapianto fallito al piccolo Domenico, la verità scoperta dai giornali: perché?

Quella del piccolo Domenico Caliendo non è solo la storia di un trapianto che non è andato a buon fine.
È la storia di una famiglia che sostiene di aver scoperto dai giornali elementi decisivi su ciò che sarebbe accaduto nella sala operatoria del Monaldi.

Alla mamma Patrizia e al papà Antonio – stando alle loro dichiarazioni – dopo il trapianto avvenuto il 23 dicembre 2025 sarebbe stato comunicato soltanto che il nuovo cuore “non era partito”. Nessuna spiegazione tecnica immediata sulle condizioni dell’organo, nessun chiarimento approfondito sulle criticità che, stando a quanto emergerebbe dalle indagini in corso, avrebbero inciso sull’esito dell’intervento.

Poi, a febbraio, viene pubblicato un articolo su Il Mattino. Un collega, bravo e che conosco da anni, Giuseppe Crimaldi, pubblica la notizia di un cuore “bruciato” trapiantato ad un bambino al Monaldi. Mamma Patrizia legge il giornale ma non collega a suo figlio. Inizialmente, pensa si tratti di un altro bambino.

Poi vengono fuori le problematiche legate al cuore impiantato al piccolo Domenico, ovvero le condizioni non ottimali di trasporto dell’organo, che sarebbe stato conservato in un box datato e non di ultima generazione e con del ghiaccio secco, circostanze che la magistratura sta approfondendo per chiarire l’eventuale incidenza sull’esito dell’intervento.
L’indagine della magistratura va avanti a ritmo spedito e in questi giorni si sta concentrando su un punto da chiarire: le condizioni dell’organo al momento dell’impianto e le valutazioni cliniche che hanno portato alla decisione di procedere.

Perché questi elementi non sono stati comunicati ai familiari? Perché è stato detto loro semplicemente che il nuovo cuore non era partito.

“Ci hanno preso in giro per tutto il tempo, nascondendo tutto”: ha dichiarato mamma Patrizia a Repubblica. “Quel 23 dicembre Patrizia non lo scorderà mai – si legge su Repubblica – . Le dissero subito che il trapianto era fallito. Ma per giorni era stata tenuta all’oscuro dei reali motivi. “Mi chiamano e dicono: “Signora, c’è un problema. Il cuore non parte. Sul momento mi sono arrabbiata. Però mi hanno spiegato che sarebbe stato attaccato all’Ecmo (il macchinario che sostituisce le funzioni cardiache n.d.r.) e che sarebbe stato inserito in lista per un nuovo trapianto. Poi quando ho letto sui giornali del bambino al quale avevano trapiantato un cuore “bruciato” non credevo neppure si trattasse di mio figlio. Poi una dottoressa mi ha detto: ‘Scusi se lo ha saputo dai giornali, ma ho aperto un’inchiesta interna e non potevo dirle nulla’. Non ho fatto altre domande perché la mia priorità era trovare un cuore per Domenico”.

Un trapianto può fallire. La medicina non è infallibile, e nessuno pretende l’impossibile.
Ma la trasparenza sì. Quella è un dovere.

C’è stata una gestione opaca dell’informazione data ai genitori del piccolo Domenico e quindi della verità?

Perché qui non è in discussione solo un atto medico.
È in discussione il rapporto di fiducia tra ospedale e cittadini.

Se tutto è stato fatto secondo protocollo, allora non dovrebbe esserci alcuna difficoltà a fornire alla famiglia ogni documento, ogni spiegazione, ogni passaggio tecnico.
Se invece emergono versioni differenti tra ciò che viene detto in corsia ai genitori e ciò che compare sui giornali, il problema diventa più grande del singolo intervento.

La verità, in questi casi, non deve arrivare per frammenti.
Deve essere chiara, completa, immediata.

Perché quando una famiglia perde una persona cara, l’ultima cosa che dovrebbe provare è il sospetto di non aver saputo tutto.

E su questo punto, le domande restano aperte.