Marcello D’Orta, il maestro che amava Napoli: il ricordo di un incontro che non ho mai dimenticato
Ci sono incontri che, anche se brevi, restano impressi per tutta la vita.
Tra il 2008 e il 2009, negli anni che precedettero la pubblicazione del mio libro “Paradossopoli – Napoli e l’arte di evadere le regole”, ebbi modo di conoscere una persona speciale: il professor Marcello D’Orta. In realtà fu lui a contattarmi.
Parliamo di una figura straordinaria della cultura napoletana, autore di libri che hanno segnato un’epoca, come Io speriamo che me la cavo – diventato poi un bestseller e anche un film – ma anche Nero napoletano, Dio ci ha creato gratis e altri lavori importanti.
Eppure ho sempre avuto la sensazione che a Marcello D’Orta non sia stato riconosciuto fino in fondo il posto che merita nella storia culturale di Napoli. Era una di quelle personalità che rappresentano il volto migliore della città: un uomo colto, profondamente umano, capace di parlare di filosofia, letteratura e cultura con grande profondità ma allo stesso tempo di stare accanto alle persone più semplici con naturalezza e rispetto.
In questo ricordava, per certi versi, figure come Luciano De Crescenzo: intellettuali capaci di essere anche maestri di vita, capaci di raccontare Napoli senza retorica ma con verità, ironia e amore.
Ricordo con grande piacere che il professor D’Orta ebbe modo di leggere il mio libro durante le prime presentazioni. Era un libro composto da venti inchieste e, in fondo, già raccontava quello che continuo a raccontare ancora oggi: il fatto che molti dei problemi di Napoli non nascono dal popolo, ma spesso dalle istituzioni e da chi governa senza fare fino in fondo il proprio dovere.
Quando la politica pensa più agli interessi privati che al bene collettivo, la città si ritrova immersa in uno stagno dove i cittadini devono arrangiarsi per sopravvivere. E allora qualcuno diventa “furbo”, qualcuno si arrangia, qualcuno cerca semplicemente di andare avanti. Ma se chi sta al potere facesse funzionare davvero le cose — servizi, spazi pubblici, opportunità — non ci sarebbe bisogno di vivere ogni giorno questa continua lotta per conquistarsi un pezzo di normalità.
Il professor D’Orta rimase colpito soprattutto dal titolo Paradossopoli, perché vedeva in quella parola il racconto perfetto di una città straordinaria ma piena di contraddizioni. Mi disse che avrebbe voluto far leggere il libro anche ad alcuni suoi contatti editoriali e si mostrò molto interessato al modo diretto con cui raccontavo Napoli.
Gli piacque molto anche un altro lavoro che avevo pubblicato successivamente, “Che s’ha da fa’ pe’ murì?”, un libro nato dalle inchieste che avevo realizzato sugli affari della criminalità organizzata legati anche al settore funerario e alle pompe funebri. Indagini giornalistiche che all’epoca erano finite anche in televisione e che avevo deciso di raccogliere e riassumere proprio in quel libro.
Vicende che, negli anni successivi, furono seguite anche da indagini della magistratura sul cimitero di Napoli, in particolare su un sistema di compravendita illegale dei loculi.
Marcello D’Orta apprezzò molto anche quel lavoro. Si offrì perfino di scrivere la prefazione a uno dei miei libri e mi disse che avrebbe voluto seguirmi nel raccontare Napoli, mettendo a disposizione i suoi consigli e la sua esperienza.
Purtroppo la vita prese un’altra strada. Era già malato e nel 2013 ci ha lasciati.
Con la sua scomparsa Napoli ha perso uno dei suoi uomini migliori: uno di quegli intellettuali che amavano davvero questa città e che attraverso il loro talento cercavano di fare due cose fondamentali — valorizzare ciò che Napoli ha di straordinario e, allo stesso tempo, illuminare ciò che resta nell’ombra.
Per questo oggi mi fa piacere ricordarlo.
Perché, nel mio piccolo, considero un onore aver conosciuto una persona come Marcello D’Orta, uno di quei napoletani che hanno cercato, con la cultura e con le parole, di capire Napoli e di raccontarla con autenticità.




